lunedì, settembre 18, 2006

Il club.

(Un post in cui si tratta una nota malattia, con un reticolo di note e sotto-note in cui si tratta di linguaggio, politica e religione, e si danno alcune informazioni utili e dilettevoli.)

Nel club c'è una piccola signorina con una discreta voce e un corpo da levare il fiato. C'è una mia zia di terzo grado che non mi sta troppo simpatica. C'era una dei responsabili del processo di pace di Nord Irlanda. C'era il collega migliore che mia madre abbia incontrato. C'è un signore che lavorava alla Osama (penne, non terroristi) accanto a cui mi sedevo un lunedì sì e uno no, qualche anno fa, scambiando battute sull'aria condizionata da stroncare un pinguino del complesso di stanze noto come "reparto di radiochemioterapia" (abbreviazione interna all'ospedale, CHE: che pareva Ernesto Guevara de la Serna). C'era una signora che si sedeva sempre qualche metro più in là e si lagnava sempre con il marito, come da migliore tradizione di matrimonio passivo-aggressivo. C'è un altro frequantatore ancora di quelle stanze, che ce l'aveva fatta per un soffio e raccontava di quanto una mattina si era trovato "la faccia come il culo" per la perdita in una notte di tutta la sua barba, con una verve degna del migliore stand up comedian. C'era una grande regista e fotografa che aveva tenuto compagnie quantomai dicutibili.

Fino a qualche giorno fa, nel club c'era anche una signora che, partita da un'antipatia verso Osama (bin Laden, non penne), era arrivata a scrivere che gli appartenenti a un certo gruppo di semiti "si moltiplicano come ratti": e mi pareva di averla già sentita [1]; e mi pare che essere uno dei principali artefici del fatto che un'idea di questo tipo diventi, per così dire, accettabile nel salotto buono, tanto più in un Paese che già non brilla per apertura verso il mondo sia una responsabilità pesante[2]. Ma la signora era nel club.

E se è vero che nessuno ti chiede se vuoi entrare nel club (ché altrimenti il club chiuderebbe per mancanza di membri) è anche vero che nessuno può questionare la tua appartenenza al club.

E ora, per il vostro diletto e la vostra erudizione, alcuni piccoli fatti sul club.

Punto primo: noi del club possiamo scherzarci su quanto vogliamo. Chi ci è stato vicino quando siamo entrati nel club, per legami di famiglia, di amore, di amicizia, di caso o per motivi professionali, può scherzarci un po'. Voi che con il club non avete legami, nel novantanove per cento dei casi è meglio che stiate zitti. Perché, semplicemente, non sapete di cosa state parlando: e avete una possibilità su cento di dire qualcosa di sensato. E anche se dite qualcosa di sensato, dovete dire ogni parola ricordandovi che voi non siete nel club. Vedete voi se ci riuscite.

Punto secondo: i membri del club (almeno, quelli sotto gli ottant'anni) non lo chiamano "un brutto male", e anche quando sono abbastanza cortesi da non farlo pubblicamente, mandano a fare in culo (aqggiungete qui un gesto esplicativo: perché non si è mai abbastanza chiari) chi lo chiama "un male incurabile" nei casi in cui non è incurabile. Lo chiamiamo in una varietà di modi, come chiamiamo in una varietà di modi la terapia[4]; e siamo grati a chi si rende conto di come certi cosidedtti eufemismi possano essere proprio importuni.

Punto terzo: i membri del club fanno fronte comune, quando si tratta del motivo per cui si è membri del club. Per tutto il resto, ci si può odiare. Si possono scrivere due chilometri di note a un post per mettere in chiaro che ti considero una tacca sotto un naziskin. Ma se domani hai la terapia, io sono dalla tua: senza condizioni; e ti ricordo pure di non lasciare a casa la tessera sanitaria, il golfino e il pacchetto di liquerizie[3]. E se non ce la fai, io ci sto male.

Perché il club deve chiudere per mancanza di nuovi iscritti, ed essendo i membri attuali morti a centoventi anni, felici e soddisfatti, avendo recuperato con gli interessi tutti i giorni passati a sta male per il tumore o per le cure.

Ci sarete meglio anche voi che non siete del club, fidatevi.

Ho aspettato qualche giorno a scrivere questo post, ché noi del club sappiamo che quando uno del club perde, star zitti qualche giorno è meglio.

[1] Noterella a margine: penso che la deduzione "anche i palestinesi/gli arabi/insomma i musulmani-non-persiani sono semiti[1.1], quindi non puoi essere antisemita se sei palestinese o filo-palestinese" sia un trucchetto retorico della peggior specie: la parola "antisemitismo", senza specificazioni, in italiano corrente, si riferisce all'odio di tipo razzista verso un particolare sottogruppo semitico, gli ebrei. Per descrivere l'odio razzista per un sottogruppo semitico che non sia quello ebraico c'è il generico "razzista", eventualmente con la specificazione "anti-arabo": che l'ultima volta che ho controllato non era una bella qualifica, tra persone civili. In una situazione in cui un buon numero di semiti non-ebrei sono antisemiti[1.2] (nel senso dell'italiano corrente, senza specificazioni) questi trucchi di parole mi sembrano spesso una complicazione non richiesta. Poi, se vogliamo discutere di linguaggio, sono anche contenta: ma allora si dovrebbe cercare di farlo riducendo al minimo le complicazioni politiche[1.3].
[1.1] Sotto-noterella utile e informativa: non provate a dare dell'arabo a un iraniano. Non ditegli nemmeno "cifre arabe", se non volete sentirvi una lezione di mezz'ora su come siano "cifre indiane importate in Persia e poi copiate dagli arabi e poi copiate da voi pisquani europei".
[1.2] Antisemiti con varie (pessime, ma in alcuni casi umanamente comprensibili) ragioni; così come un buon numero di polacchi sono antisemiti, con monolitica e incomprensibile mancanza di ragione, dato il noto contributo polacco alla Shoa. Perché la distribuzione dell'antisemitismo non è razzista.
[1.3] Non so se sia possibile. Ma questa è un'altra discussione.

[2] Sì, voglio proprio dire che la signora Fallaci è, almeno in parte, responsabile di quella ragazza che non riesce a essere assunta come commessa perché porta l'hijab, di quell'ingegnere laureato a pieni voti che non trova lavoro perché nero, di quel giudice che perde il posto perché contesta la presenza in aula del simbolo di una religione. E degli sguardi storti che si attira quel ragazzo con la kippah. Questo non vuol dire che sia l'unica responsabile; e non vuol dire, nemmeno per un istante, "penso che la signora Fallaci andrà all'inferno perché". Credo che il problema principale della critica ai defunti sia proprio questa mancanza di chiarezza sulla separazione delle due contabilità, terrena e divina[2.1]. Le responsabilità di cui sopra sono responsabilità terrene. La contabilità divina credo sia meglio lasciarla in mano al Buon Dio[2.2], che immagino sappia bene quel che fa, dato che è il suo mestiere ed è (appunto) il Buon Dio. (Peraltro, alcune fonti ben informate mi dicono che ha un debole per i peccatori. Beh, lo spero, visto che non mi piacerebbe finire all'inferno.)
[2.1] Non trovo un termine che includa una visione atea/agnostica, sempre che questo discorso abbia senso, per qualcuno che ha una visione atea/agnostica. Forse "ultramondana" potrebbe andare: atei/agnostici di passaggio?
[2.2] Sotto-nota autoreferenziale: questo è il motivo principale per cui non sono cattolica, sintetizzato in una frase.

[3] Nota di utilità sociale per i neo-membri del club di passaggio. La liquerizia pura alza la pressione, ha un effetto protettivo sulla mucosa gastrica, e un sapore piuttosto forte. Insomma: se avete la pressione bassa riduce gli svenimenti, e in ogni caso copre quel saporaccio orrendo e fa vomitare un po' meno. L'avessi capito un mese prima, avrei passato un'estate migliore. Ovviamente, se vi piace la liquerizia.

[4] Noterella autoreferenziale: per me la terapia era "zia Abby", come l'abbreviazione del suo nome, e come la vecchietta avvelenatrice di Arsenic and Old Lace di Frank Capra. Nonostante i suoi effetti collaterali non siano stati affatto piacevoli, ha rotto le scatole meno della sua omonima di E.R..

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